“magick”

Autobiografia della vergogna (Magick)

Di solito evito con cura ogni sorta di asserzioni assolute e categoriche. Ma come altrimenti si potrebbe definire Lucia Calamaro, se non come un autentico genio della scrittura? Lo si era intuito in Tumore, uno spettacolo desolato (leggi la recensione), se ne trova la folgorante conferma in questo Autobiografia della vergogna (Magick). Nessuno, credo, in Italia ha il suo stesso febbrile talento nell’usare le parole, le costruzioni sintattiche, i ritmi stessi della frase per portare alla luce dei nuclei di dolore puro, svincolati da qualunque specifico contenuto. Nessuno ha una personalità complessa come la sua, in cui il dolore e la scrittura sono tutt’uno.

Come spesso accade coi geni, non è facile collocarla. Perché scrive, la Calamaro? Per punirsi, per espiare il peccato di vivere? Per esorcizzare i fantasmi dell’inconscio? O per offrire a noi il sollievo di una temporanea catarsi? L’inizio di Magick, quel lungo monologo fuori campo in cui l’autrice ossessivamente si osserva e si analizza, cataloga le proprie ansie e nevrosi, è puro Bernhard. A suo modo, la Calamaro riesce davvero a ricalcare la parlata interiore di Bernhard, senza imitarla. Come Bernhard, segue una peculiare costruzione circolare, dalle cadenze ripetitive. Come Bernhard, mira a distruggere ogni ipotesi di struttura narrativa.

Di cosa parla, infatti, lo spettacolo? Del padre vanitoso, egoista, amante di Goddard e Sant’Agostino, della madre lunatica, cleptomane, morta precocemente di Alzheimer in Sudamerica, della sorellina uccisa a quattro anni da un tumore, delle tombe dei bambini, le cui madri che stanno sempre lì per la paura di non sentire se i figli si risvegliano e le chiamano, di lei stessa a Parigi e della sua relazione con un trombonesco mago-psicanalista, l’origine o il terminale di ogni vergogna privata e sociale. Ma tutto questo, in sé, conta poco, tutto questo ha senso solo in quanto confluisce in quell’affannoso, magmatico flusso di coscienza.

La Calamaro, non a caso, immerge tutta l’azione in una cupa penombra. Non a caso affida questi embrioni di personaggi a due attrici diverse, le bravissime Benedetta Cesqui e Monika Mariotti, cui si aggiunge lei stessa, ma fa in modo che non si distingua bene chi di volta in volta sta parlando, che le loro voci si mescolino e si confondano in un unico impasto sonoro: la recitazione neutra, uniforme è come scorporata, improntata a scansioni innaturali. L’insieme ha una forma teatrale sui generis, ovvero non ha forma, sembra più un visionario corpo a corpo con angosce profonde, il che però lo rende ancora più misterioso e impressionante.

di renato palazzi

(12:55 – 25 Nov 2009)